Motorpsycho – Kingdom Of Oblivion (Rune Grammofon / Stickman Records, 2021)

[2949 battute]

Dici Motorpsycho e vi sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa da aggiungere sulla loro inesauribile prolificità. Interessa qui la polarizzazione del discorso: il filotto ‘buono’ termina in un periodo compreso fra il 2002 (It’s A Love Cult, 71/100) e il 2008 (Little Lucid Moments, 82/100), dopodiché l’inventiva sembra mutarsi in logorrea, l’iperproduttività in mera iperproduzione. A poco vale ribadire che si tratta di un infondato discorso sui massimi sistemi e che l’obiettiva emersione di certi difetti strutturali (dischi spesso troppo lunghi per il loro reale contenuto, accentuazione del gusto citazionistico, indiscriminata trasposizione del formato jam in studio) è dovuta più al mutare della prospettiva matura di Bent Sæther e Hans Magnus Ryan che a un reale inaridimento della loro vena creativa. Chi vuole ascoltare continuerà a farlo: e da ascoltare, anche solo nell’ultimo biennio, ce n’è parecchio, con gli oltre settanta minuti di Kingdom Of Oblivion resi disponibili a pochissimi mesi di distanza dal doppio mastodonte di The All Is One (70/100) e da Så Nær, Så Nær (63/100), realizzato a quattro mani con l’illustre connazionale Ole Paus (ma gli interessati tengano le antenne drizzate: ad agosto, in prossimità del fluviale set live di oltre cinque ore tenuto al Ringnes, si vociferava che i tre fossero tornati in studio ad Oslo per fissare su bobina nuovo materiale).

Proprio come The All Is One, anche Kingdom Of Oblivion è un disco epico: ma lo è nel suo senso più emotivo e malinconico possibile, un ibrido hard-prog-indie rock reminescente del sottovalutatissimo Behind The Sun (2014; 77/100) che, se da un lato sfodera una rinnovata e a tratti persino strabordante fisicità nel rifferama, dall’altro riesce a pizzicare le corde più intime delle inquiete anime loneristiche sopravvissute agli anni ’90. Sebbene la qualità media rimanga sempre piuttosto alta (sola e soggettiva eccezione, la vecchieggiante The United Debased) sono tre, a detta di chi scrive, i momenti chiave del lavoro. Il primo è affidato alla massiccia apertura in due movimenti di The Waning, un panzer hard-stoner dalle flangerate strofe autunnali che confluisce in una selvaggia frustata heavydelica.

Al lato opposto della scaletta, le esaltanti dinamiche sabbathiane di The Transmutation Of Cosmoctopus Lurker si polverizzano in un malevolo gorgo di distonici tritoni crimsoniani: l’effetto, come già per le vecchie Into The Gyre e Lux Aeterna, è insieme spaventoso e magniloquente.

Nel mezzo, la struggente elegia elettrica di At Empire’s End: il mondo dentro che si proietta nel mondo fuori, una mini-suite neoprog suonata con la sensibilità degli slacker infatuati del secondo Neil Young.

A tal proposito: a differenza del recente passato, qui sono imperdibili anche i segmenti folkish. Triplice menzione d’onore: lo strimpellato mantra folkedelico di Lady May, le sospensioni oniriche della breve Atet e il languoroso epilogo desertico di Cormorant.

Tracklist: The Waning (Pt. 1&2) • Kingdom Of Oblivion • Lady May • The United Debased • The Watcher • Dreamkiller • Atet • At Empire’s End • The Hunt • After The Fair • The Transmutation Of Cosmoctopus Lurker • Cormorant

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75/100

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