Un quarantennale di lusso: King Crimson – Discipline (Warner / EG / Polydor, 1981)

Quest’anno Discipline, uno dei capolavori immortali dei King Crimson e apice assoluto della loro seconda incarnazione prog-wave ‘cromatica’, compie quarant’anni. È l’occasione giusta per rispolverare questo vecchio pezzo, pubblicato due anni fa sulle pagine di Storiadellamusica in occasione della mia recensione n° 1000 (qui il link all’originale). Buona lettura.

[8973 battute]

I repeat myself when under stress / I repeat myself when under stress / I repeat myself when under stress / I repeat myself when under stress…

È la serata del 30 aprile 1981, un frizzante giovedì di una primavera che dolcemente scavalla verso l’estate. Siamo a Bath, piccola cittadina nel sud-ovest dell’Inghilterra. Al Moles Club si sta per consumare un evento epocale: il ritorno sul palco, gran cerimoniere al timone di un nuovissimo quartetto dall’imponenza artistica e mediatica colossale, di Robert Fripp. Si tratterebbe della prima comparsa live di quelli che, prima di un eloquente settennato sabbatico, erano universalmente noti come King Crimson, non fosse altro che il nome prescelto dai quattro dell’Apocalisse è un altro, per certi versi ancor più criptico: Discipline. Ma chi sono, poi, questi altri? Immaginate di essere un ascoltatore casuale a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 e figuratevi l’impatto tellurico di una formazione snocciolata in quest’ordine: oltre al fidato Bill Bruford, anima ritmica dei dischi più violentemente innovativi dei KC settantiani (Larks’ Tongues In Aspic, Red) ora alle prese con un drum kit ‘ibrido’ (fra tamburi analogici e componenti digitali), il satanasso Fripp dirotta a basso e Chapman Stick il tentacolare Tony Levin (già assoldato come sessionman per il disco solista Exposure del 1979) e, soprattutto, concede l’onore della ribalta e le luci del proscenio alla guizzante e longilinea figura di Adrian Belew, genialoide e finissima mente dei primi Talking Heads e strumentista di fiducia per personaggini del calibro di Frank Zappa e David Bowie (connect the dots…).

Della storica esibizione del 30 aprile 1981, la prima di due consecutive, sono rimasti impressi nella memoria non solo i resoconti dei fortunati partecipanti e alcune registrazioni di fortuna (poi ripulite e istituzionalizzate) dell’intera setlist: a sopravvivere sono anche le menzioni, i ritagli di giornale, gli articoli di chi, già allora, non riusciva a capacitarsi della propria fortuna. Tra gli astanti di quella leggendaria serata c’è un certo Bob Draper, attento conoscitore delle dinamiche interne alla scena underground di Bath (accorsa in massa, a quanto pare, ad una due giorni unica nel suo genere), che in un articolo scritto per il magazine Musician a breve distanza dalla replica del 1° maggio ne parla in questi termini: “Much of the music was musicians’ music, complex time signatures and repetative [sic] riffs, subtletly varying. Fripp sat, feet more easily able to move through a sea of effects pedals. Adrian Belew radiated a friendly grin and simultaneously sang and played superbly. Tony Levin looked like he was ready and waiting for any film part Bryner or Savalas couldn’t handle”. A spezzare il fiato è, tuttavia, la micidiale pointe del finale: “How long had the band been together? Three weeks!”.

Guardo e riguardo la versione di Elephant Talk che i ‘nuovi’ King Crimson suonarono nientemeno che al Fridays venti giorni prima della première di Bath – un periodo in cui, qualora l’asserzione di Draper andasse presa letteralmente, il nucleo di Discipline si era praticamente appena formato. Nel video si ritrovano facilmente i tic e le manie che dominano ogni musicista una volta sul palco: l’estrosità senza confini di Belew, la suprema duttilità di Bruford, la tecnica sopraffina di Levin e, certo, un Fripp che dal suo lato tutto guarda e coordina, dondolandosi sul filo di ragnatele atonali ed intrecciando fra loro – senza sbavatura alcuna o quasi – geometrie chitarristiche di complessità superiore, difficili anche solo da trascrivere nero su bianco. Tre settimane. In tre settimane si può scrivere un articolo, compiere un trasloco, terminare la propria esistenza: scrivere ed eseguire i brani di quello che diventerà da lì a poco Discipline non rientra, non dico tra le prime cento, ma nemmeno tra le prime mille cose con cui si riuscirebbero ad impegnare ventuno giorni. Eppure. Tanto basta a Robert Fripp per ridonare linfa ad una ragione sociale la cui missione veniva oramai data per esaurita e, anzi, consacrarla all’iperuranio, lanciandola in una delle sue parabole più incredibili ed esaltanti di sempre.

Senza troppo timore di esagerare, questa è la storia di un disco che – come e per certi versi più dell’indimenticato esordio In The Court Of The Crimson King – spacca la musica in due tronconi: come v’è un pre-ITCOTCK e un post-ITCOTCK, v’è un pre-Discipline e un post-Discipline. E la storia, in fondo, la conoscono tutti: certa estetica progressive, mai davvero tramontata, ma la cui inadeguatezza formale e comunicativa era già stata messa in luce dalle sperimentazioni degli ultimi Crimson e dal crescere esponenziale di popolarità di fusion e jazz rock, era passata definitivamente in secondo piano con l’esplosione parallela del punk, il sorgere del sole nero della new wave, l’anelito alla semplificazione della disco e, certamente, l’inesorabile ispessirsi dei toni chitarristici. L’Universo cambiava e, con esso, anche un altro universo, quello frippiano: Fripp vegetariano, Fripp newyorchese a spasso coi punksters, Fripp e i frippertronics, Fripp amicone di Brian Eno, Fripp asceta ad un passo dal monachesimo laico, Fripp nuovo Gauguin perdutamente innamorato di suoni e timbri provenienti da un altro mondo. Eccetera eccetera. Di certo c’è che, con l’atto fondativo della trilogia cromatica, Fripp rituffa la propria testa nel vischioso vuoto iperbarico in cui erano collassati gli ultimi spasmi di antimateria di Starless, riemergendone a suo modo: vestito elegantemente di giacca e cravatta d’occasione, con un incendio che divampa tra le sinapsi.

Uno dei parametri di cui più si sottolinea la cogenza, ogni qualvolta si cerchi di riportare il discorso su Discipline, è un Giano bifronte che occhieggia alla sinistra e alla destra dell’asse temporale: da un lato la sua pionieristica visionarietà, dall’altro la sua smisurata influenza sulle musiche addavenire. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da chiosare. Così come il riff di 21st Century Schizoid Man plasmerebbe una delle primissime forme metal e quello di Red partorirebbe il post-core, il furioso e fulmineo fraseggiare chitarristico, da cui divampa la cerebrale texture poliritmica sulla quale Belew modella il virtuosistico bel canto delle strofe di Frame By Frame (una delle coordinazioni vocali-strumentali più ardite e strabilianti di sempre), è ritenuto dalla storiografia recente niente meno che antesignano del math rock.

Il dilatato, etereo non luogo di The Sheltering Sky, entro i cui confini la synth guitar di Fripp si moltiplica in ariosi frattali spacey, sarebbe il progenitore di certo post rockkrauto’.

Il groove devastante di Thela Hun Ginjeet, afro-disco-prog che è un attentato dinamitardo alla stabilità dei dancefloor e alla robustezza delle tomaie, srotolerebbe infine il tappeto rosso alla techno, finalmente insignita di un illustre padre putativo da sbandierare nei certamina di legittimità ontologica.

E così via, sino a perdersi per sempre nel labirinto di vetro della title track, il momento in cui la nuda geometria distrugge i contorni semantici delle cose per imporre il proprio nudo valore sequenziale: un monumento a stasi e successione, allo scorrere di ciò che muta rimanendo fedele a sé stesso, un’infinita partita a ping pong dove vinto e vincitore convivono nello stesso giocatore.

Tuttavia Discipline, anche senza forzare la mano con paragoni tutto sommato sterili, è questo ed è molto di più. È un disco incredibile, nel senso etimologico del termine: sono trascorsi quasi quarant’anni dalla sua uscita ed ancora non si può credere sia esistito, nel suo spaziotempo e in questi termini. Ed è un disco credibilissimo, perché l’enorme scommessa dell’alchimista Fripp (demolire la grammatica del rock muovendone i costituenti sintattici in un dominio Altro, à la Lacan) è vinta con ampio margine: si possono contare sulle dita di una mano monca, forse, le scalette in cui possano convivere con grande naturalezza struggenti ballate blues (Matte Kudasai è un nostos acquatico di una raffinatezza ultraterrena, interpretato da Belew con intensità e delicatezza) e deliranti frammenti monologici che si avviluppano attorno a riff di terremotante volumetria, pronta a debordare ad ogni istante nel noise (Indiscipline).

Noise, talk, “Babble, burble, banter, bicker bicker bicker / Brouhaha, boulder dash, ballyhoo”, come articola febbricitante Belew nel dissonante jingle post-wave di Elephant Talk, revisione fonosimbolica delle afrosbronze talkingheadsiane (la chitarra di Belew è un intonarumori à la Russolo, la synth guitar di Fripp gracchia come un Betamax andato a male) e duello intellettuale su di un campo minato beefheartiano. Credere si può di dire ancora molto e molto di diverso, ma la morale, di fronte a manufatti del genere, rimane sempre quella: quando si è circondati dal nulla, anche una foglia può produrre un fragore assordante.

Figurarsi un tale esercizio di disciplina.

Tracklist: Elephant Talk • Frame By Frame • Matte Kudasai • Indiscipline • Thela Hun Ginjeet • The Sheltering Sky • Discipline

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