All hail English post-punk! (1) / black midi – Cavalcade (Rough Trade, 2021)

[2756 battute]

Se c’era voluto del fegato per esordire, dopo mesi d’incessante chiacchiericcio, con un first act angolare e fulminante come Schlagenheim (2019; 78/100), ci si immagini la pressione che accompagna oggi i black midi per il sophomore Cavalcade, prima parte di un più ampio progetto che dovrebbe vedere il proprio naturale completamento già sul finire di quest’anno o, al più tardi, nei primi mesi del 2022 (uno dei nuovi brani, Sugar/Tzu, è già da tempo una presenza costante nelle setlist della band inglese, come testimonia la sua micidiale esecuzione in un eccellente live registrato per KEXP lo scorso aprile).

Da una parte, la (momentanea?) defezione per problemi di salute mentale del secondo chitarrista Matt Kwaśniewski-Kelvin, autore di alcuni dei riff più illuminanti del primo disco; dall’altra, la decisione di integrare la nuova line up a tre con un ampio parterre di ospiti esterni, alcuni dei quali (come il sassofonista Kaidi Akinnibi, già turnista per Triforce, Yussef Dayes e Tom Misch, e il tastierista tuttofare Seth Evans) divenuti membri aggiunti del tour promozionale, cui viene demandata l’esecuzione di complessi e stratificati arrangiamenti che non avevano trovato posto – se non sporadicamente – in Schlagenheim.

Scommessa rischiosa ma stravinta, perché Cavalcade è un disco la cui ambizione è seconda solamente alla sua densità specifica: un tonitruante monolite che, partendo da un retroterra comune anche agli altri membri della trimūrti anglo-post-punk Black Country, New Road e Squid, ridisegna una nuova concezione neoprog di grandguignolesco impatto teatrale. Si prenda, ad esempio, Chondromalacia Patella, un acuminato funk performativo dalle sospensioni quasi cameristiche la cui coda si incendia in un siluro heavy-noise degno dei Lightning Bolt dei tempi d’oro.

In Slow, sul matematico riff afro-prog sostenuto da Geordie Greep, si innesta un’abrasiva e polimorfica operetta jazz rock che fa collassare i Soft Machine nel songwriting dissonante dei Crimson novantiani.

Tra schizofreniche contrazioni dada-metal (Hogwash And Balderdash è un devastante vaudeville tra Secret Chiefs 3 e Primus), cicalini RIO disarcionati da fiammate free jazz e commentati da stentorei spoken word residentsiani (John L) e muri di suono di granitica imponenza (il climax minimale di Dethroned) compaiono poi due sorprese inaspettate.

Marlene Dietrich è una ballata da crooner avvolta da uno sbilenco e psichedelico arrangiamento per marxophone, sax e violoncello.

La suite conclusiva Ascending Forth, infine, si gioca la carta del pensoso chamber folk a trazione orchestrale, con risultato operistico curiosamente vicino a certo recente materiale di Kiran Leonard.

Disco complesso, audace, pervicacemente inattuale e pertanto da non mancare.

Tracklist: John L • Marlene Dietrich • Chondromalacia Patella • Slow • Diamond Stuff • Dethroned • Hogwash And Balderdash • Ascending Forth

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82/100

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