La mia top 30 del 2021 (+ 5 menzioni speciali)

Anno discograficamente molto strano, questo 2021 in cui il numero di new sensations del post-punk inglese (classico termine-ombrello che vuol dire tutto e niente) è stato inferiore solamente alle varianti covid. Al momento di stilare la consueta classifica di fine anno mi sono reso conto di aver sentito una quantità impressionante di dischi, 175 al 20/12/2021, vale a dire 62 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (che pure era stato un anno ricco di scoperte). Ho usato, non casualmente, il verbo sentire, perché una buona fetta di questi 175 (a occhio e croce almeno una ventina, se non una trentina) sono passati per le mie orecchie solo un paio di volte, ricacciati indietro dagli impegni montanti di tutti i giorni, dal tempo libero che sempre più sembra mancare (e che ha limitato severamente la concreta attività del blog) e spesso rimandati ad un momento più propizio (arrivato in ritardo, o addirittura mai arrivato). Sarà anche effetto dei lockdown intermittenti che da ormai due anni scandiscono i ritmi della nostra quotidianità, ma sta diventando obiettivamente sempre più difficile districarsi in questo impenetrabile marasma di nuove uscite, riedizioni e ristampe che si accavallano l’una sull’altra, aumentando a dismisura il rumore di fondo e quasi impedendo al povero ascoltatore di trovare la giusta concentrazione per concentrarsi su ciascuna di esse. Troppi schemi concomitanti, o forse assenza di qualsiasi schema: beato chi ci capisce qualcosa…

Poiché di buona musica quest’anno ne è uscita molta, ma lo spazio per segnalarla si riduce sempre più, ho deciso di aggiungere dieci posizioni alla mia consueta top 20 di fine anno. Inoltre, per regalare qualche scampolo di visibilità supplementare a dei dischi che possono essere sfuggiti ai radar di più di qualcuno, ho deciso di affiancare alla classifica “regolare” una breve lista di cinque menzioni speciali: cinque dischi che non sono entrati nella top 30 per un pelo o che, pur catturando la mia attenzione, non sono riuscito ad ascoltare con la dovuta attenzione (e che pertanto sarebbe stato affrettato includere nella lista dei migliori 30). Allo stesso modo, ho segnalato anche tre dischi che, in modo e per motivi diversi, hanno deluso le mie aspettative: stroncare non piace a nessuno, ma in mezzo ad uno sconfinato oceano di informazioni ogni tanto può essere necessario. Per menzioni speciali e stroncature ho aggiunto una breve motivazione che cerca di riassumere il senso del mio giudizio.

[Qui potete trovare le mie precedenti classifiche dei migliori venti dischi del 2017, 2018, 2019 e 2020: per le top 10 di annate precedenti al 2017 potete consultare i vecchi archivi di Storiadellamusica.it (nell’ordine: 2007, 2008, 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014 e 2015)]

Cominciamo!

• Le cinque menzioni speciali (in ordine sparso):

a) Límbico – Límbico (Not On Label, fusion, 35:56)

Recupero dell’ultimissimo secondo. Non tutti i brani sono sullo stesso livello, qui e lì ci sono dei leziosismi prescindibili, ma Natureza Intermitente è un fulgido esempio di fusion mediterranea come da tempo non mi capitava di sentirne.

b) LUMP – Animal (Chrysalis / Partisan, art pop, 44:24)

Quando Lindsay + Marling genera qualcosa di completamente diverso dalla somma delle parti. Disco coraggioso e ispirato, al livello dell’esordio omonimo, ma ancora più avventuroso.

c) Blak Saagan – Se Ci Fosse La Luce Sarebbe Bellissimo (Maple Death, Italian Occult Psychedelia, 74:48)

Sebbene nel suo complesso sia un filo troppo lungo (una sforbiciata di una decina di minuti lo avrebbe reso più appetibile a tutti i livelli), il secondo disco del “nostro” Samuele Gottardello aka Blak Saagan è un monolite oscuro di immaginifica potenza visionaria, un’anti-library formato kosmische che resuscita tutti i fantasmi della controcultura settantiana, saldandoli in un unico blocco di grande fascino.

d) BLACKSHAPE – BLACKSHAPE (Not On Label, post metal, 44:22)

Un maestoso flusso post-black metal (quasi solo) strumentale, selvaggio e pittorico come i dischi migliori dei nostri Lento, ma con un potenziale descrittivo a tratti ancora più spiccato. Da tenere d’occhio.

e) Grey Aura – Zwart Vierkant (Onism / Kunstlicht, avant metal, 43:02)

Ancora avant black metal allergico ad ogni canone, ancora un disco di grande sensibilità pittorica. Chiaramente non per tutti, ma chi avrà pazienza di penetrarne le fibre ne ricaverà grande soddisfazione.

• I tre dischi che, per motivi differenti fra loro, più mi hanno deluso (sempre in ordine sparso):

a) Genghis Tron – Dream Weapon (Relapse / Daymare, kosmische-core, 45:35)

Mi piacciono le svolte stilistiche a 360°, specie se – come in questo caso – si resuscita, dopo più di una decade di iato, una storica ragione sociale del cybergrind, ibrido estremo la cui irriproducibilità contemporanea è evidentemente dovuta al legame esclusivo con il proprio periodo storico. Se però mancano i pezzi c’è poco da fare: e qui, dopo molti ascolti, a prevalere è solamente la noia.

b) Naia Izumi – A Residency In The Los Angeles Area (Masterworks, math-soul, 48:00)

Scoprii Naia Izumi del tutto casualmente, una fredda sera di un inverno moscovita di ormai sei anni fa, e me ne innamorai perdutamente. Come non innamorarsi, d’altronde, di un (per i tempi) impossibile ibrido fra math rock, funk e soul nero? Sei anni dopo Naia è un artista del tutto diverso e questo suo disco d’esordio – in cui compaiono nuove versioni di molti brani originariamente rilasciati, tra il 2016 e il 2018, su EP digitali oggi non più disponibili – alle mie orecchie suona solo come una versione imbrigliata e ripulita di quella fiamma vitale che tanto mi aveva impressionato all’epoca.

c) Stöner – Stoners Rule (Heavy Psych / Northern Haze, stoner, 42:46)

Imbarazzante ai limiti dell’autoparodia. Il resto lo trovate nella recensione di qualche mese fa.

• E ora la classifica vera e propria, in ordine decrescente, dalla posizione numero 30 in poi:

30) Really From – Really From (Topshelf, math-emo, 34:22)

29) Bell Orchestre – House Music (Erased Tapes, chamber post rock, 43:43)

28) Pino Palladino and Blake Mills – Notes With Attachments (Impulse! / New Deal, jazz, 31:22)

27) Vanishing Twin – Ookii Gekkou (Fire, psych-pop, 41:01)

26) Jack O’ The Clock – Leaving California (Cuneiform, prog-folk, 45:19)

25) Motorpsycho – Kingdom Of Oblivion (Stickman / Rune Grammofon, hard-prog, 70:18)

24) Brandee Younger – Somewhere Different (Impulse!, jazz, 43:35)

23) BLK JKS – Abantu / Before Humans (Glitterbeat / We Are Busy Bodies, ethno-rock, 45:44)

22) Vatican City Fight Club – Vatican City Fight Club (Not On Label, jazz rock, 37:51)

21) Papangu – Holoceno (Repose, avant metal, 44:09)

20) Sons Of Kemet – Black To The Future (Impulse!, jazz-hop, 51:09)

19) Serena Altavilla – Morsa (Black Candy, pop, 30:41)

18) Alfa Mist – Bring Backs (Anti-, jazz-hop, 39:39)

17) Marc Ribot’s Ceramic Dog – Hope (Yellowbird / Northern Spy, avant rock, 61:42)

16) Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – We’re OK. But We’re Lost Anyway (Bongo Joe, jazz rock, 36:43)

15) Hedvig Mollestad – Tempest Revisited (Rune Grammofon, hard-prog, 40:54)

14) Jeff Parker – Forfolks (International Anthem / Nonesuch, impro jazz, 40:22)

13) Marco Rauchbombe Cesarini & Uqbar Orchestra – Transumanza (Black Marmalade, jazz rock, 27:18)

12) IOSONOUNCANE – IRA (Numero Uno / Trovarobato / Sony, avant rock, 109:07)

11) Fusione – Fusione (Black Sweat, free jazz, 39:28)

10) Gyan Riley – Silver Lining (Tzadik, fingerpicking, 45:19)

9) Irreversible Entanglements – Open The Gates (International Anthem / Don Giovanni, free jazz, 73:44)

8) Makaya McCraven – Deciphering The Message (Blue Note, jazz-hop, 42:22)

7) Fire! – Defeat (Rune Grammofon, free jazz, 36:15)

6) Squid – Bright Green Field (Warp, avant rock, 52:51)

5) Sven Wunder – Natura Morta (Piano Piano / Mr Bongo, library, 32:41)

4) Julian Lage – Squint (Blue Note, jazz, 45:37)

3) Black Country, New Road – For The First Time (Ninja Tune / Beat, avant rock, 40:46)

2) Jü – III (RareNoise, avant jazz rock, 43:11)

1) black midi – Cavalcade (Rough Trade, avant rock, 42:32)

All hail English post-punk! (3) / Squid – Bright Green Field (Warp Records, 2021)

[2806 battute]

Il sintagma che ricorre con più frequenza, nelle recensioni di Bright Green Field, è ‘manifesto generazionale’. Il lettore curioso potrebbe legittimamente chiedersi a che generazione ci si stia riferendo nel concreto e per quali motivi l’attesissimo esordio lungo degli Squid, uscito (su Warp!) appena una manciata di mesi fa, dovrebbe aver già assunto nel mentre lo status del documento storico. Si può scegliere di rispondere scegliendo di non rispondere. Personalmente parlando, v’è un’immagine che scorre ciclicamente davanti agli occhi e che – forse per contatto metonimico, indotto da una delle cover più genuinamente uncanny degli ultimi tempi – sembra riassumere al meglio il senso della missione del giovane quintetto di Brighton: una fila interminabile di automobilisti, fisionomie in gran parte sovrapponibili a chi si avventurò nelle notti frizzanti d’inizio estate per il piacere di una birra al pub in compagnia, oggi alla spasmodica caccia di benzina. Socialità pubblica e straniamento individuale, iperconnettività e isolamento, ultra-realismo e distopia: un gioco degli estremi che, nei brani proteiformi della tracklist di Bright Green Field, si contrae in un punto di densità infinita.

Se accettate di collezionare domande inevase, non temete le sfide e alla composizionalità dell’insieme preferite i dettagli escheriani, Bright Green Field è un disco che fa per voi. Swingando su un’eburnea cassa dritta in 4/4, vi sembrerà che in Narrator il cantante e batterista Ollie Judge stia venendo sopraffatto da una crisi di nervi: impressione ridicolizzata dagli abissi luciferini (great gig in hell?) in cui l’ospite Martha Skye Murphy trascina il brano, trasformandolo da angolare no wave matematica a furibonda pantomima galásiana.

Altrettanto audace la resa di Boy Racers, funk talkingheadsiano stordito dall’etere e polverizzato da monumentali manipolazioni electro-industrial.

I don’t go outside, outside, outside / I’ve got flagpoles firmly in my sights” è il nevrotico urlo strozzato della conclusiva Pamphlets, puntinistica narrazione punk-funk i cui layer di suono, ingigantitisi col passare dei minuti, vanno a plasmare la silhouette di un’operetta cameristica rivestita di abrasioni noise.

Lavorare con (relativamente) poco per puntare a risultati massimali: così la doppietta Paddling (Gang Of Four fonosimbolici tetsuianamente impiantati su torso motorik) / Documentary Filmmaker (isterie a tempo di arrangiamenti bandistici), così anche i coni d’ombra che una lamentosa sezione di fiati proietta tra le intersezioni chitarristiche in slow motion di Global Groove.

Lanciare occhiate di sguincio ad un mondo stravolto nel bel mezzo di una vecchia parata sovietica per il primo maggio: niente male come cancellazione collettiva del futuro. Bentornato imperfettivo, benvenuti Squid.

Tracklist: Resolution Square • G.S.K. • Narrator • Boy Racers • Paddling • Documentary Filmmaker • 2010 • The Flyover • Peel St. • Global Groove • Pamphlets

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80/100

Mogwai – As The Love Continues (Rock Action, 2021)

[2524 battute]

Si vorrebbe tanto dire che l’inedita collaborazione con Colin Stetson, in Pat Stains, nella pratica non sia altro che un compitino eseguito col pilota automatico e seppellito, nel mix, dal solito assordante muro di chitarre, rimasto inalterato o quasi nel corso degli ultimi venticinque anni: non fosse altro che il brano, superbo saggio di minimalismo jazz rock in 9/8, sfodera un climax emozionale trionfale, di quelli che prendono alla gola e non lasciano più.

Si vorrebbe aggiungere, poi, che Ritchie Sacramento è una mancata hit generazionale avanzata ad un gruppo indie-gaze minore degli anni ’90: ma la verità è che il brano, anche se non raggiunge i livelli della vecchia Party In The Dark, dimostra una volta di più quanto sarebbe bello ascoltare un disco dei Mogwai cantato da cima a fondo.

Si sarebbe infine tentati di derubricare il fragoroso, trillante avanzare della linea melodica di Ceiling Granny come emulazione pumpkiniana fuori tempo massimo, il vorticoso turbinare orchestrale dell’arrangiamento d’archi di Atticus Ross e Kirk Hellie in Midnight Flit come velleitario esercizio di stile e le rilucenti chitarre noise-wave di Here We, Here We, Here We Go Forever semplicemente inadatte a sostenere il beat elettronico di fondo: ma stoico è chi, dopo il primo assaggio, non indulge in una reiterazione infinita.

Con i Mogwai, forse per colpa di qualche bizzarro bias cognitivo, va sempre a finire così: li si pensa alla frutta – quando, invece, As The Love Continues è il loro quarto titolo in appena un lustro, includendo nella lista anche le colonne sonore per Kin (2018; 67/100) e ZeroZeroZero (2020; 65/100) –, si accoglie con moderato disinteresse l’annuncio di ogni loro nuovo album, si concede un ascolto quasi per curiosità completistica e si rimane inevitabilmente rapiti. Qualcosa che soggettivamente funzioni meno, del resto, lo si trova sempre (chi scrive, ad esempio, non impazzisce per il pur maestoso congedo brumale di It’s What I Want To Do, Mum), ma la profondità di scrittura e l’intensità d’esecuzione del complesso di Stuart Braithwaite rimangono omogeneamente a livelli così alti che è impossibile, fosse anche per un breve momento, non nutrire sincera ammirazione nei loro confronti.

Il post rock è morto: ma non lo siamo forse un po’ tutti noi? Meglio, allora, spingere con tutta la forza possibile il chiodo nella bara (le modulazioni ritmiche di Drive The Nail), mentre tutto attorno a noi il mondo collassa con fragore apocalittico (To The Bin My Friend, Tonight We Vacate Earth).

Tracklist: To The Bin My Friend, Tonight We Vacate Earth • Here We, Here We, Here We Go Forever • Dry Fantasy • Ritchie Sacramento • Drive The Nail • Fuck Off Money • Ceiling Granny • Midnight Flit • Pat Stains • Supposedly, We Were Nightmares • It’s What I Want To Do, Mum

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73/100

Stöner – Stoners Rule (Heavy Psych Sounds, 2021)

[1983 battute]

Nuova puntata della rubrica “ma guarda che il mio falegname con trentamila lire la fa meglio”. Vi sono solo due modi per approcciarsi a Stoners Rule, l’attesissimo esordio di Brant Bjork, Nick Oliveri e Ryan Güt a nome Stöner (e chi ha in idiosincrasia le tautologie potrebbe anche smettere di leggere qui): con l’eccitazione dell’appassionato di lunga se non lunghissima data che sbava alla sola idea di riascoltare all’opera il gotha delle intelligenze grigie del movimento (indipendentemente da cosa ne esce e da come esce), oppure con lo sguardo analitico di chi diffida automaticamente dei supergruppi e non si accontenta del sistematico disseppellimento dell’immaginario caratterizzante. La speranza è di appartenere al primo gruppo e di riuscire a godere, nonostante tutto, perché ci si accontenta: ma con premesse del genere è difficile riuscire a dire anche solo qualcosa di sensato.

Da dove partire? Dall’impermeabile, quasi autistica scolasticità dei riff di Bjork, dalla loro volumetria bidimensionale perennemente schiacciata nelle frequenze basse, dalla totale assenza di una benché minima dinamica interna? Da un Oliveri la cui energia, un tempo animalesca, viene oggi intrappolata dalla barriera apparentemente insuperabile della pentatonica di raccatto? Da un Güt che, per fantasia tecnica e senso del groove, assomiglia ad un batterista quindicenne alle prime armi che sia rimasto sotto coi suoi primi vinili dei Blue Cheer? Da un songwriting di sciattezza insuperabile? Da pezzi, lunghi in media fra i cinque e i sei minuti, che esauriscono la loro spinta nell’arco della prima ripetizione del riff portante? Si muove un po’ il culo con l’ingessato groove funk di Stand Down, ma provate voi a non sentirvi in imbarazzo con robaccia come Rad Stays Rad (davvero incommentabile) o, peggio ancora, con i tredici interminabili minuti della conclusiva Tribe / Fly Girl: e in bocca al lupo per l’impresa.

Disco orrendo e orrendamente disonesto, sotto tutti i punti di vista.

Tracklist: Rad Stays Rad • The Older Kids • Own Yer Blues • Nothin’ • Evel Never Dies • Stand Down • Tribe / Fly Girl

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38/100

All hail English post-punk! (2) / Black Country, New Road – For The First Time (Ninja Tune, 2021)

[2739 battute]

Lo ammetto: un disco d’esordio la cui tracklist è per due terzi già nota al grande pubblico prima della data ufficiale di release è una tattica promozionale d’illustre tradizione e di grande acume. Ancor più se i suoi firmatari – giovani, belli, colti, preparati, ben inseriti negli ingranaggi dell’underground (contro)culturale d’Oltremanica – incarnano tutti i pregi e i difetti delle eterne new sensations del rock anglosassone: un po’ velleitari bohemienne, un po’ influencer artistici lato sensu, un po’ fedeli ascoltatori e sinceri appassionati di una tradizione post (rock, -punk) che negli ultimissimi anni sta conoscendo una nuova ed insperata giovinezza. Sembrerebbero le stesse parole poco edificanti che avremmo potuto rivolgere ai scombiccherati alfieri della new-new wave al tempo spinta da NME, ma v’è una differenza sostanziale: i Black Country, New Road sono dannatamente bravi e For The First Time, la loro prima antologia lunga, un disco prezioso da ascoltare, riascoltare e ricordare.

Teatrali e a tratti cervellotici come gli inseparabili compagni di merende black midi (ma senza il caos centripeto tecnicamente superiore che governa il loro songwriting), sfrontati e spiazzanti come gli Squid, i Black Country, New Road sembrano capitalizzare al meglio tutti i vantaggi che la loro formazione allargata a sette membri garantisce: un pregevole lavoro di fino sugli arrangiamenti, una tensione naturale alla polifonia stilistica, una sottile ma permanente (e pervasiva) dialettica strumentale. Se la nuova versione di Sunglasses è particolarmente esaltante, specialmente nella fluida successione dei rovesciamenti di fronte (dall’estatico arpeggiato slintiano espulso dalla supernova noise d’apertura al selvaggio cerbero no wave della seconda metà, la Gestalt rimane unica), i momenti da ricordare rimangono numerosi anche a distanza di parecchi mesi dal primo approccio: la predilezione di chi scrive va al turbinante carosello post-klezmer-rock dell’iniziale Instrumental, al minimalismo morse di Science Fair sfrangiato da austere folate orchestrali e infestato da ossessive serpentine elettroniche e, infine, all’ovattata ed introspettiva levità indie-emo di Track X, racchiusa in un perlaceo esoscheletro cameristico (in grande rilievo qui il violino di Georgia Ellery, già nei Jockstrap, e il sax di Lewis Evans).

Per comprovata esperienza posso confermare che a vent’anni è già difficile far quadrare strofe e ritornello di un pezzo punk: figurarsi debuttare su Ninja Tune con un disco che si chiude con una trenodia math-klezmer sospesa fra lamentosi melodismi e rabbiosi rigurgiti elettrici (Opus). Un ritorno camuffato alla stagione del RIO? Solo il tempo potrà dirlo. Il momento, intanto, è promettente assai.

Tracklist: Instrumental • Athens, France • Science Fair • Sunglasses • Track X • Opus

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80/100

All hail English post-punk! (1) / black midi – Cavalcade (Rough Trade, 2021)

[2756 battute]

Se c’era voluto del fegato per esordire, dopo mesi d’incessante chiacchiericcio, con un first act angolare e fulminante come Schlagenheim (2019; 78/100), ci si immagini la pressione che accompagna oggi i black midi per il sophomore Cavalcade, prima parte di un più ampio progetto che dovrebbe vedere il proprio naturale completamento già sul finire di quest’anno o, al più tardi, nei primi mesi del 2022 (uno dei nuovi brani, Sugar/Tzu, è già da tempo una presenza costante nelle setlist della band inglese, come testimonia la sua micidiale esecuzione in un eccellente live registrato per KEXP lo scorso aprile).

Da una parte, la (momentanea?) defezione per problemi di salute mentale del secondo chitarrista Matt Kwaśniewski-Kelvin, autore di alcuni dei riff più illuminanti del primo disco; dall’altra, la decisione di integrare la nuova line up a tre con un ampio parterre di ospiti esterni, alcuni dei quali (come il sassofonista Kaidi Akinnibi, già turnista per Triforce, Yussef Dayes e Tom Misch, e il tastierista tuttofare Seth Evans) divenuti membri aggiunti del tour promozionale, cui viene demandata l’esecuzione di complessi e stratificati arrangiamenti che non avevano trovato posto – se non sporadicamente – in Schlagenheim.

Scommessa rischiosa ma stravinta, perché Cavalcade è un disco la cui ambizione è seconda solamente alla sua densità specifica: un tonitruante monolite che, partendo da un retroterra comune anche agli altri membri della trimūrti anglo-post-punk Black Country, New Road e Squid, ridisegna una nuova concezione neoprog di grandguignolesco impatto teatrale. Si prenda, ad esempio, Chondromalacia Patella, un acuminato funk performativo dalle sospensioni quasi cameristiche la cui coda si incendia in un siluro heavy-noise degno dei Lightning Bolt dei tempi d’oro.

In Slow, sul matematico riff afro-prog sostenuto da Geordie Greep, si innesta un’abrasiva e polimorfica operetta jazz rock che fa collassare i Soft Machine nel songwriting dissonante dei Crimson novantiani.

Tra schizofreniche contrazioni dada-metal (Hogwash And Balderdash è un devastante vaudeville tra Secret Chiefs 3 e Primus), cicalini RIO disarcionati da fiammate free jazz e commentati da stentorei spoken word residentsiani (John L) e muri di suono di granitica imponenza (il climax minimale di Dethroned) compaiono poi due sorprese inaspettate.

Marlene Dietrich è una ballata da crooner avvolta da uno sbilenco e psichedelico arrangiamento per marxophone, sax e violoncello.

La suite conclusiva Ascending Forth, infine, si gioca la carta del pensoso chamber folk a trazione orchestrale, con risultato operistico curiosamente vicino a certo recente materiale di Kiran Leonard.

Disco complesso, audace, pervicacemente inattuale e pertanto da non mancare.

Tracklist: John L • Marlene Dietrich • Chondromalacia Patella • Slow • Diamond Stuff • Dethroned • Hogwash And Balderdash • Ascending Forth

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82/100

Melvins – Working With God (Ipecac Recordings, 2021)

[2579 battute]

Era da quasi tre anni che i Melvins non rilasciavano un LP in studio a loro nome: un’eternità, per un gruppo che nell’ultimo decennio aveva preso a sfornare nuovo materiale con la predicibile costanza di una catena di montaggio (e questo senza nemmeno provare a contare i vari side projects). Certo: in mezzo ci sono stati comunque almeno una nutrita serie di 10” condivisi con nomi storici del rock americano ‘altro’ degli anni ’80 e ‘90 (Flipper, Mudhoney, Redd Kross i primi a venire in mente), il secondo disco solista di King Buzzo cofirmato dal prezzemolino Trevor Dunn (Gift Of Sacrifice; 64/100) e, dopo l’uscita di cui si parlerà in questo spazio, la pantagruelica antologia acustica Five Legged Dog, con cui la band di Montesano, WA rivisita in 36 tracce una carriera ormai prossima ai quarant’anni. Sta di fatto, però, che Working With God, dove per la prima volta dal mediocre Tres Cabrones del 2013 (54/100) compare all’opera la formazione denominata Melvins 1983, è a tutti gli effetti il ventiquattresimo capitolo lungo dell’infinita saga melvinsiana: sfortunatamente, come troppo spesso negli ultimi tempi, non una distinzione d’onore.

Pur non raggiungendo gli abissi di Basses Loaded (2016; 52/100) o del tremendo doppio A Walk With Love And Death (2017; 48/100), Working With God non riesce a mantenere i discreti standard del precedente Pinkus Abortion Technician (2018; 65/100) che, pur senza inventarsi nulla, aveva comunque dalla sua qualche pezzo ben riuscito. In due momenti, a dire la verità, pare rinfocolarsi l’entusiasmo dell’âge d’or novantiana: Bouncing Rick è un missile doomish sorretto da un marmoreo riff d’eccezionale dinamica, mentre Boy Mike è una rasoiata ipersatura vandalizzata da sfregi noise.

Il resto, che sia il passo di marcia militare di Negative No No frastagliato dalle sospensioni dei piatti di Mike Dillard, le consuete riletture southern della lezione sabbathiana (Caddy Daddy), interlocutorie sciocchezzuole punk (Brian, The Horse-Faced Goon), gonfi e tracotanti show off power rock sotto steroidi (The Great Good Place) o mammut sludge screziati da arabescati volteggi impro jazz d’archi in sottofondo (Hot Fish), intrattiene degnamente ma funziona sino ad un certo punto.

Ancora una volta, troppi i momenti morti e gli stacchi demenziali, alcuni comunque esilaranti (la beachboysiana I Fuck Around), altri semplicemente inutili (Good Night Sweetheart) o addirittura fastidiosi (la rivisitazione di You’re Breakin’ My Heart di Harry Nilsson nell’accoppiata 1 Fuck You / Fuck You).

Ma questo, ormai, è quel che passa il convento.

Tracklist: I Fuck Around • Negative No No • Bouncing Rick • Caddy Daddy • 1 Brian, The Horse-Faced Goon • Brian, The Horse-Faced Goon • Boy Mike • 1 Fuck You • Fuck You • The Great Good Place • Hot Fish • Hund • Good Night Sweetheart

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58/100

Błoto – Kwasy I Zasady (Astigmatic Records, 2021)

[2732 battute]

Dovevano essere solo un progetto estemporaneo partorito in una notte di session improvvisate al Maska Studio di Gdańsk, un diversivo incastrato alla bell’e meglio in un trittico di date del gruppo madre EABS. Invece, nel giro di appena un anno e mezzo, i Błoto sono stati investiti da una risposta critica e commerciale senza precedenti, molto superiore al pur trasversale apprezzamento che gli EABS avevano riscosso nella sempre ricettiva scena jazz polacca: merito di un esordio, Erozje (2020; 75/100), capace di fornire una personale reinterpretazione politica del jazz-hop d’oltreoceano e, soprattutto, di un grande sophomore a breve distanza, Kwiatostan (2020; 82/100), che entro i non-confini dell’improvvisazione (quasi) strumentale ampliava notevolmente lo spettro sonoro del quartetto, oscillando incessantemente fra onirismi melodici, ibridazioni ritmiche e tumultuose volate free. Primo di quattro (!) nuovi LP promessi per i prossimi mesi, il terzo Kwasy I Zasady cerca ora di capitalizzare sui frutti già maturati, per la prima volta con alterne fortune.

Un presupposto: se un neofita volesse penetrare nel multiverso-Błoto in perenne espansione e non sapesse da dove iniziare, come punto di partenza mi sentirei di consigliare proprio Kwasy I Zasady. Non lo si veda come un paradosso, per almeno due motivi: non solo il materiale ivi contenuto è tra i più accessibili della finora limitata discografia dei Błoto, ma la qualità generale della proposta, una volta approcciato il suo capitolo più disomogeneo, è destinata inevitabilmente a crescere. Intendiamoci: non che Kwasy I Zasady non contenga grandissimi numeri. Oltre alle spericolate traiettorie free-noir-jazz dell’opener Chryja, entusiasmano molti segmenti in cui più evidente si fa la compenetrazione sintetico-analogica fra strumenti: metronomico è, ad esempio, il groove felpato di Hipokryzja, di grande suggestione i disarticolati fraseggi di sax che bucano la coltre cannabinoide di Mitomania, personalissima la lettura della lezione trip hop in Autentyzm (un hard boiled al ralenti glassato da finti theremin e campane tibetane) e convincente la chiusura cinematica di Umiar (Alfa Mist suonato da Dale Cooper Quartet & The Dictaphones).

In mezzo al mix, tuttavia, finiscono anche episodi di caratura chiaramente minore, più per realizzazione che per loro ideazione: il poliziesco cripto-trap di Prostactwo (un po’ dozzinale), la prolissa space-fusion di Prostota (priva di un chiaro centro endoforico) e lo strano intermezzo library-hop di Prawda (idea curiosa ma irrisolta).

Esuberante ma non sempre a fuoco, Kwasy I Zasady compensa la sontuosa per quanto più tradizionale rilettura di Sun Ra proposta a fine 2020 dagli EABS. Suggerito l’ascolto in tandem.

Tracklist: Chryja • Prostactwo • Hipokryzja • Farmazon • Mitomania • Ignorancja • Autentyzm • Prostota • Pokora • Prawda • Umiar

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69/100

Giardini di Mirò – Del Tutto Illusorio (42 Records, 2021)

[2912 battute]

Non ho mai fatto mistero che l’entità cui ci si riferisce nominalmente come Giardini di Mirò risponde, dalla mia prospettiva, ad almeno tre accezioni ben distinte fra loro: il gruppo dei dischi in proprio, quello delle esibizioni live, quello delle colonne sonore (vere o presunte tali). Per quanto riguarda il primo punto, forse per astratte e tutto sommato incomprensibili incompatibilità epidermiche, non sono mai stato un estimatore della produzione originale della band di Cavriago, nemmeno ai tempi del loro esordio lungo che, obiettivamente parlando, coincide col loro zenith creativo (Rise And Fall Of Academic Drifting, 2001; 65/100). Questo non mi ha comunque impedito di assistere a due concerti (mancandone un terzo, alla gloriosa edizione 2010 dell’Indipendelta, per pura casualità) in due fasi storiche piuttosto diverse della loro carriera artistica: nel lontano 2007, nel tour di supporto al modesto Dividing Opinions (2007; 58/100), fu un’esperienza annacquata e piuttosto deludente, mentre nel 2019, portando sul palco l’assai disomogeneo Different Times (2018; 55/100), prevalse una certa retrospettiva emozionalità, ben evidenziata da un materiale divenuto nel mentre classico. Ad appassionarmi realmente è, tuttavia, il terzo filone: anche senza contare lo score composto per il peculiare unicum registico del compianto Libero De Rienzo, Sangue (2006; 74/100), le sonorizzazioni di Rapsodia Satanica (2014; 77/100) e, prima ancora, de Il Fuoco (2009; 81/100) rimangono tra gli esempi più fulgidi di post rock tricolore ‘evoluto’ (altresì detto: quello che l’orchestrazione dà, la destrutturazione toglie).

Ascoltare oggi Del Tutto Illusorio, disco breve (500 copie numerate in vinile trasparente) contenente un’unica suite registrata a spezzoni fra ottobre 2020 e aprile 2021, ha il grande pregio – in maniera curiosamente simile allo straordinario e misconosciuto EP dei Meganoidi And Then We Met Impero (2005; 83/100) – di abbattere questa lunga serie di persistenti steccati mentali. Ideologicamente ispirato ad un passaggio di un saggio di Enrico Berlinguer, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile (pubblicato sulle pagine di Rinascita in tre puntate, fra il settembre e l’ottobre del 1973), il brano omonimo compensa in fluidità cinematica quanto, inevitabilmente, difetta in innovazione: è nella transizione dalla canonica serpentina chitarristica mogwaiana d’apertura alle sfrangiature wave del successivo muro di suono, nelle dense brume ambientali che si compattano in un assalto vecchio stile all’arma bianca prima di recedere – con dolente grazia da thrēnos funebre – in una raccolta coda cameristica per fiati e glockenspiel che i tre gruppi di cui sopra si rinsaldano in un sol corpo e disegnano, con precisione chirurgica, un affresco sonoro di ammaliante eleganza.

Debutto live il 10 ottobre 2021 al Teatro Farnese di Parma, nel cartellone del festival Il rumore del lutto.

Tracklist: Del Tutto Illusorio

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70/100

Motorpsycho – Kingdom Of Oblivion (Rune Grammofon / Stickman Records, 2021)

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Dici Motorpsycho e vi sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa da aggiungere sulla loro inesauribile prolificità. Interessa qui la polarizzazione del discorso: il filotto ‘buono’ termina in un periodo compreso fra il 2002 (It’s A Love Cult, 71/100) e il 2008 (Little Lucid Moments, 82/100), dopodiché l’inventiva sembra mutarsi in logorrea, l’iperproduttività in mera iperproduzione. A poco vale ribadire che si tratta di un infondato discorso sui massimi sistemi e che l’obiettiva emersione di certi difetti strutturali (dischi spesso troppo lunghi per il loro reale contenuto, accentuazione del gusto citazionistico, indiscriminata trasposizione del formato jam in studio) è dovuta più al mutare della prospettiva matura di Bent Sæther e Hans Magnus Ryan che a un reale inaridimento della loro vena creativa. Chi vuole ascoltare continuerà a farlo: e da ascoltare, anche solo nell’ultimo biennio, ce n’è parecchio, con gli oltre settanta minuti di Kingdom Of Oblivion resi disponibili a pochissimi mesi di distanza dal doppio mastodonte di The All Is One (70/100) e da Så Nær, Så Nær (63/100), realizzato a quattro mani con l’illustre connazionale Ole Paus (ma gli interessati tengano le antenne drizzate: ad agosto, in prossimità del fluviale set live di oltre cinque ore tenuto al Ringnes, si vociferava che i tre fossero tornati in studio ad Oslo per fissare su bobina nuovo materiale).

Proprio come The All Is One, anche Kingdom Of Oblivion è un disco epico: ma lo è nel suo senso più emotivo e malinconico possibile, un ibrido hard-prog-indie rock reminescente del sottovalutatissimo Behind The Sun (2014; 77/100) che, se da un lato sfodera una rinnovata e a tratti persino strabordante fisicità nel rifferama, dall’altro riesce a pizzicare le corde più intime delle inquiete anime loneristiche sopravvissute agli anni ’90. Sebbene la qualità media rimanga sempre piuttosto alta (sola e soggettiva eccezione, la vecchieggiante The United Debased) sono tre, a detta di chi scrive, i momenti chiave del lavoro. Il primo è affidato alla massiccia apertura in due movimenti di The Waning, un panzer hard-stoner dalle flangerate strofe autunnali che confluisce in una selvaggia frustata heavydelica.

Al lato opposto della scaletta, le esaltanti dinamiche sabbathiane di The Transmutation Of Cosmoctopus Lurker si polverizzano in un malevolo gorgo di distonici tritoni crimsoniani: l’effetto, come già per le vecchie Into The Gyre e Lux Aeterna, è insieme spaventoso e magniloquente.

Nel mezzo, la struggente elegia elettrica di At Empire’s End: il mondo dentro che si proietta nel mondo fuori, una mini-suite neoprog suonata con la sensibilità degli slacker infatuati del secondo Neil Young.

A tal proposito: a differenza del recente passato, qui sono imperdibili anche i segmenti folkish. Triplice menzione d’onore: lo strimpellato mantra folkedelico di Lady May, le sospensioni oniriche della breve Atet e il languoroso epilogo desertico di Cormorant.

Tracklist: The Waning (Pt. 1&2) • Kingdom Of Oblivion • Lady May • The United Debased • The Watcher • Dreamkiller • Atet • At Empire’s End • The Hunt • After The Fair • The Transmutation Of Cosmoctopus Lurker • Cormorant

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75/100