Mogwai – As The Love Continues (Rock Action, 2021)

[2524 battute]

Si vorrebbe tanto dire che l’inedita collaborazione con Colin Stetson, in Pat Stains, nella pratica non sia altro che un compitino eseguito col pilota automatico e seppellito, nel mix, dal solito assordante muro di chitarre, rimasto inalterato o quasi nel corso degli ultimi venticinque anni: non fosse altro che il brano, superbo saggio di minimalismo jazz rock in 9/8, sfodera un climax emozionale trionfale, di quelli che prendono alla gola e non lasciano più.

Si vorrebbe aggiungere, poi, che Ritchie Sacramento è una mancata hit generazionale avanzata ad un gruppo indie-gaze minore degli anni ’90: ma la verità è che il brano, anche se non raggiunge i livelli della vecchia Party In The Dark, dimostra una volta di più quanto sarebbe bello ascoltare un disco dei Mogwai cantato da cima a fondo.

Si sarebbe infine tentati di derubricare il fragoroso, trillante avanzare della linea melodica di Ceiling Granny come emulazione pumpkiniana fuori tempo massimo, il vorticoso turbinare orchestrale dell’arrangiamento d’archi di Atticus Ross e Kirk Hellie in Midnight Flit come velleitario esercizio di stile e le rilucenti chitarre noise-wave di Here We, Here We, Here We Go Forever semplicemente inadatte a sostenere il beat elettronico di fondo: ma stoico è chi, dopo il primo assaggio, non indulge in una reiterazione infinita.

Con i Mogwai, forse per colpa di qualche bizzarro bias cognitivo, va sempre a finire così: li si pensa alla frutta – quando, invece, As The Love Continues è il loro quarto titolo in appena un lustro, includendo nella lista anche le colonne sonore per Kin (2018; 67/100) e ZeroZeroZero (2020; 65/100) –, si accoglie con moderato disinteresse l’annuncio di ogni loro nuovo album, si concede un ascolto quasi per curiosità completistica e si rimane inevitabilmente rapiti. Qualcosa che soggettivamente funzioni meno, del resto, lo si trova sempre (chi scrive, ad esempio, non impazzisce per il pur maestoso congedo brumale di It’s What I Want To Do, Mum), ma la profondità di scrittura e l’intensità d’esecuzione del complesso di Stuart Braithwaite rimangono omogeneamente a livelli così alti che è impossibile, fosse anche per un breve momento, non nutrire sincera ammirazione nei loro confronti.

Il post rock è morto: ma non lo siamo forse un po’ tutti noi? Meglio, allora, spingere con tutta la forza possibile il chiodo nella bara (le modulazioni ritmiche di Drive The Nail), mentre tutto attorno a noi il mondo collassa con fragore apocalittico (To The Bin My Friend, Tonight We Vacate Earth).

Tracklist: To The Bin My Friend, Tonight We Vacate Earth • Here We, Here We, Here We Go Forever • Dry Fantasy • Ritchie Sacramento • Drive The Nail • Fuck Off Money • Ceiling Granny • Midnight Flit • Pat Stains • Supposedly, We Were Nightmares • It’s What I Want To Do, Mum

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73/100

Giardini di Mirò – Del Tutto Illusorio (42 Records, 2021)

[2912 battute]

Non ho mai fatto mistero che l’entità cui ci si riferisce nominalmente come Giardini di Mirò risponde, dalla mia prospettiva, ad almeno tre accezioni ben distinte fra loro: il gruppo dei dischi in proprio, quello delle esibizioni live, quello delle colonne sonore (vere o presunte tali). Per quanto riguarda il primo punto, forse per astratte e tutto sommato incomprensibili incompatibilità epidermiche, non sono mai stato un estimatore della produzione originale della band di Cavriago, nemmeno ai tempi del loro esordio lungo che, obiettivamente parlando, coincide col loro zenith creativo (Rise And Fall Of Academic Drifting, 2001; 65/100). Questo non mi ha comunque impedito di assistere a due concerti (mancandone un terzo, alla gloriosa edizione 2010 dell’Indipendelta, per pura casualità) in due fasi storiche piuttosto diverse della loro carriera artistica: nel lontano 2007, nel tour di supporto al modesto Dividing Opinions (2007; 58/100), fu un’esperienza annacquata e piuttosto deludente, mentre nel 2019, portando sul palco l’assai disomogeneo Different Times (2018; 55/100), prevalse una certa retrospettiva emozionalità, ben evidenziata da un materiale divenuto nel mentre classico. Ad appassionarmi realmente è, tuttavia, il terzo filone: anche senza contare lo score composto per il peculiare unicum registico del compianto Libero De Rienzo, Sangue (2006; 74/100), le sonorizzazioni di Rapsodia Satanica (2014; 77/100) e, prima ancora, de Il Fuoco (2009; 81/100) rimangono tra gli esempi più fulgidi di post rock tricolore ‘evoluto’ (altresì detto: quello che l’orchestrazione dà, la destrutturazione toglie).

Ascoltare oggi Del Tutto Illusorio, disco breve (500 copie numerate in vinile trasparente) contenente un’unica suite registrata a spezzoni fra ottobre 2020 e aprile 2021, ha il grande pregio – in maniera curiosamente simile allo straordinario e misconosciuto EP dei Meganoidi And Then We Met Impero (2005; 83/100) – di abbattere questa lunga serie di persistenti steccati mentali. Ideologicamente ispirato ad un passaggio di un saggio di Enrico Berlinguer, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile (pubblicato sulle pagine di Rinascita in tre puntate, fra il settembre e l’ottobre del 1973), il brano omonimo compensa in fluidità cinematica quanto, inevitabilmente, difetta in innovazione: è nella transizione dalla canonica serpentina chitarristica mogwaiana d’apertura alle sfrangiature wave del successivo muro di suono, nelle dense brume ambientali che si compattano in un assalto vecchio stile all’arma bianca prima di recedere – con dolente grazia da thrēnos funebre – in una raccolta coda cameristica per fiati e glockenspiel che i tre gruppi di cui sopra si rinsaldano in un sol corpo e disegnano, con precisione chirurgica, un affresco sonoro di ammaliante eleganza.

Debutto live il 10 ottobre 2021 al Teatro Farnese di Parma, nel cartellone del festival Il rumore del lutto.

Tracklist: Del Tutto Illusorio

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70/100