Un trittico gizzardiano (1) / King Gizzard & The Lizard Wizard – K.G. (Explorations Into Microtonal Tuning, Volume 2) (Flightless / KGLW, 2020)

[2300 battute]

Per chi segue da tempo le mirabolanti avventure del Gizzverse, l’uscita del divertente Infest The Rats’ Nest (2019; 71/100), immediato riscatto del modesto Fishing For Fishies (2019; 59/100), suonava a suo modo come un punto di non ritorno: un personale e tutto sommato brillante ibrido garage-thrash che, nel suo omaggio di certa stagione chitarristica degli anni ’80, sembrava esaurire lo spettro mimetico delle possibilità applicative del songwriting dei sette australiani. L’annuncio di un nuovo ciclo di dischi dedicati alle esplorazioni microtonali, tre anni dopo il pionieristico e riuscitissimo esperimento di Flying Microtonal Banana (2017; 77/100), e la defezione a stretto giro di posta del batterista Eric Moore, ora capo a tempo pieno dell’etichetta di proprietà (la Flightless), rafforzavano l’impressione di essere giunti alla fine di un ciclo tra i più entusiasmanti del rock del nuovo millennio.

L’ascolto del primo dei due platter tematici annunciati, K.G. (sedicesimo full length a rapporto), certifica la flessione della parabola qualitativa della band. Considerata l’ipertrofia che ne ha da sempre contraddistinto la produzione, era ampiamente predicibile che il trend positivo si sarebbe prima o poi esaurito e che la spinta innovativa avrebbe lasciato terreno alla ripetizione conservatrice. Con questo si tenga comunque presente che K.G. non è un brutto disco e, anzi, può vantare un paio d’assi nella manica di tutto rispetto: tra questi, le elaborate armonie del ritornello di Minimum Brain Size (arabedelia di medio impatto), l’acida cantilena atonale di Some Of Us (qualcosa degli White Hills nella distorsione granulosa delle sei corde), le bizzarrie tex-mex in technicolor di Ontology e i tumidi gonfiori stroboscopici di Oddlife (danza incantatrice con serpentine chitarristiche in perenne evoluzione).

È, però, un album piuttosto disomogeneo, a tratti sinceramente prolisso (interminabile è il flower power anatolico di Straws In The Wind), non sempre a fuoco nelle sue residue sperimentazioni (la gommosa dabke ibrida di Intrasport) e con un finale goth-fuzz sabbathiano che, anche se prelude alla conclusione speculare del successivo L.W., rimane ugualmente fuori posto (The Hungry Wolf Of Fate).

Ci si diverte ancora, ma senza più i sorrisi delle occasioni migliori.

Tracklist: K.G.L.W • Automation • Minimum Brain Size • Straws In The Wind • Some Of Us • Ontology • Intrasport • Oddlife • Honey • The Hungry Wolf Of Fate

WebsiteBandcampFacebookInstagram

64/100

All hail English post-punk! (3) / Squid – Bright Green Field (Warp Records, 2021)

[2806 battute]

Il sintagma che ricorre con più frequenza, nelle recensioni di Bright Green Field, è ‘manifesto generazionale’. Il lettore curioso potrebbe legittimamente chiedersi a che generazione ci si stia riferendo nel concreto e per quali motivi l’attesissimo esordio lungo degli Squid, uscito (su Warp!) appena una manciata di mesi fa, dovrebbe aver già assunto nel mentre lo status del documento storico. Si può scegliere di rispondere scegliendo di non rispondere. Personalmente parlando, v’è un’immagine che scorre ciclicamente davanti agli occhi e che – forse per contatto metonimico, indotto da una delle cover più genuinamente uncanny degli ultimi tempi – sembra riassumere al meglio il senso della missione del giovane quintetto di Brighton: una fila interminabile di automobilisti, fisionomie in gran parte sovrapponibili a chi si avventurò nelle notti frizzanti d’inizio estate per il piacere di una birra al pub in compagnia, oggi alla spasmodica caccia di benzina. Socialità pubblica e straniamento individuale, iperconnettività e isolamento, ultra-realismo e distopia: un gioco degli estremi che, nei brani proteiformi della tracklist di Bright Green Field, si contrae in un punto di densità infinita.

Se accettate di collezionare domande inevase, non temete le sfide e alla composizionalità dell’insieme preferite i dettagli escheriani, Bright Green Field è un disco che fa per voi. Swingando su un’eburnea cassa dritta in 4/4, vi sembrerà che in Narrator il cantante e batterista Ollie Judge stia venendo sopraffatto da una crisi di nervi: impressione ridicolizzata dagli abissi luciferini (great gig in hell?) in cui l’ospite Martha Skye Murphy trascina il brano, trasformandolo da angolare no wave matematica a furibonda pantomima galásiana.

Altrettanto audace la resa di Boy Racers, funk talkingheadsiano stordito dall’etere e polverizzato da monumentali manipolazioni electro-industrial.

I don’t go outside, outside, outside / I’ve got flagpoles firmly in my sights” è il nevrotico urlo strozzato della conclusiva Pamphlets, puntinistica narrazione punk-funk i cui layer di suono, ingigantitisi col passare dei minuti, vanno a plasmare la silhouette di un’operetta cameristica rivestita di abrasioni noise.

Lavorare con (relativamente) poco per puntare a risultati massimali: così la doppietta Paddling (Gang Of Four fonosimbolici tetsuianamente impiantati su torso motorik) / Documentary Filmmaker (isterie a tempo di arrangiamenti bandistici), così anche i coni d’ombra che una lamentosa sezione di fiati proietta tra le intersezioni chitarristiche in slow motion di Global Groove.

Lanciare occhiate di sguincio ad un mondo stravolto nel bel mezzo di una vecchia parata sovietica per il primo maggio: niente male come cancellazione collettiva del futuro. Bentornato imperfettivo, benvenuti Squid.

Tracklist: Resolution Square • G.S.K. • Narrator • Boy Racers • Paddling • Documentary Filmmaker • 2010 • The Flyover • Peel St. • Global Groove • Pamphlets

WebsiteBandcampFacebookInstagram

80/100

Mogwai – As The Love Continues (Rock Action, 2021)

[2524 battute]

Si vorrebbe tanto dire che l’inedita collaborazione con Colin Stetson, in Pat Stains, nella pratica non sia altro che un compitino eseguito col pilota automatico e seppellito, nel mix, dal solito assordante muro di chitarre, rimasto inalterato o quasi nel corso degli ultimi venticinque anni: non fosse altro che il brano, superbo saggio di minimalismo jazz rock in 9/8, sfodera un climax emozionale trionfale, di quelli che prendono alla gola e non lasciano più.

Si vorrebbe aggiungere, poi, che Ritchie Sacramento è una mancata hit generazionale avanzata ad un gruppo indie-gaze minore degli anni ’90: ma la verità è che il brano, anche se non raggiunge i livelli della vecchia Party In The Dark, dimostra una volta di più quanto sarebbe bello ascoltare un disco dei Mogwai cantato da cima a fondo.

Si sarebbe infine tentati di derubricare il fragoroso, trillante avanzare della linea melodica di Ceiling Granny come emulazione pumpkiniana fuori tempo massimo, il vorticoso turbinare orchestrale dell’arrangiamento d’archi di Atticus Ross e Kirk Hellie in Midnight Flit come velleitario esercizio di stile e le rilucenti chitarre noise-wave di Here We, Here We, Here We Go Forever semplicemente inadatte a sostenere il beat elettronico di fondo: ma stoico è chi, dopo il primo assaggio, non indulge in una reiterazione infinita.

Con i Mogwai, forse per colpa di qualche bizzarro bias cognitivo, va sempre a finire così: li si pensa alla frutta – quando, invece, As The Love Continues è il loro quarto titolo in appena un lustro, includendo nella lista anche le colonne sonore per Kin (2018; 67/100) e ZeroZeroZero (2020; 65/100) –, si accoglie con moderato disinteresse l’annuncio di ogni loro nuovo album, si concede un ascolto quasi per curiosità completistica e si rimane inevitabilmente rapiti. Qualcosa che soggettivamente funzioni meno, del resto, lo si trova sempre (chi scrive, ad esempio, non impazzisce per il pur maestoso congedo brumale di It’s What I Want To Do, Mum), ma la profondità di scrittura e l’intensità d’esecuzione del complesso di Stuart Braithwaite rimangono omogeneamente a livelli così alti che è impossibile, fosse anche per un breve momento, non nutrire sincera ammirazione nei loro confronti.

Il post rock è morto: ma non lo siamo forse un po’ tutti noi? Meglio, allora, spingere con tutta la forza possibile il chiodo nella bara (le modulazioni ritmiche di Drive The Nail), mentre tutto attorno a noi il mondo collassa con fragore apocalittico (To The Bin My Friend, Tonight We Vacate Earth).

Tracklist: To The Bin My Friend, Tonight We Vacate Earth • Here We, Here We, Here We Go Forever • Dry Fantasy • Ritchie Sacramento • Drive The Nail • Fuck Off Money • Ceiling Granny • Midnight Flit • Pat Stains • Supposedly, We Were Nightmares • It’s What I Want To Do, Mum

WebsiteBandcampFacebookInstagram

73/100

Stöner – Stoners Rule (Heavy Psych Sounds, 2021)

[1983 battute]

Nuova puntata della rubrica “ma guarda che il mio falegname con trentamila lire la fa meglio”. Vi sono solo due modi per approcciarsi a Stoners Rule, l’attesissimo esordio di Brant Bjork, Nick Oliveri e Ryan Güt a nome Stöner (e chi ha in idiosincrasia le tautologie potrebbe anche smettere di leggere qui): con l’eccitazione dell’appassionato di lunga se non lunghissima data che sbava alla sola idea di riascoltare all’opera il gotha delle intelligenze grigie del movimento (indipendentemente da cosa ne esce e da come esce), oppure con lo sguardo analitico di chi diffida automaticamente dei supergruppi e non si accontenta del sistematico disseppellimento dell’immaginario caratterizzante. La speranza è di appartenere al primo gruppo e di riuscire a godere, nonostante tutto, perché ci si accontenta: ma con premesse del genere è difficile riuscire a dire anche solo qualcosa di sensato.

Da dove partire? Dall’impermeabile, quasi autistica scolasticità dei riff di Bjork, dalla loro volumetria bidimensionale perennemente schiacciata nelle frequenze basse, dalla totale assenza di una benché minima dinamica interna? Da un Oliveri la cui energia, un tempo animalesca, viene oggi intrappolata dalla barriera apparentemente insuperabile della pentatonica di raccatto? Da un Güt che, per fantasia tecnica e senso del groove, assomiglia ad un batterista quindicenne alle prime armi che sia rimasto sotto coi suoi primi vinili dei Blue Cheer? Da un songwriting di sciattezza insuperabile? Da pezzi, lunghi in media fra i cinque e i sei minuti, che esauriscono la loro spinta nell’arco della prima ripetizione del riff portante? Si muove un po’ il culo con l’ingessato groove funk di Stand Down, ma provate voi a non sentirvi in imbarazzo con robaccia come Rad Stays Rad (davvero incommentabile) o, peggio ancora, con i tredici interminabili minuti della conclusiva Tribe / Fly Girl: e in bocca al lupo per l’impresa.

Disco orrendo e orrendamente disonesto, sotto tutti i punti di vista.

Tracklist: Rad Stays Rad • The Older Kids • Own Yer Blues • Nothin’ • Evel Never Dies • Stand Down • Tribe / Fly Girl

WebsiteFacebookInstagram

38/100

All hail English post-punk! (2) / Black Country, New Road – For The First Time (Ninja Tune, 2021)

[2739 battute]

Lo ammetto: un disco d’esordio la cui tracklist è per due terzi già nota al grande pubblico prima della data ufficiale di release è una tattica promozionale d’illustre tradizione e di grande acume. Ancor più se i suoi firmatari – giovani, belli, colti, preparati, ben inseriti negli ingranaggi dell’underground (contro)culturale d’Oltremanica – incarnano tutti i pregi e i difetti delle eterne new sensations del rock anglosassone: un po’ velleitari bohemienne, un po’ influencer artistici lato sensu, un po’ fedeli ascoltatori e sinceri appassionati di una tradizione post (rock, -punk) che negli ultimissimi anni sta conoscendo una nuova ed insperata giovinezza. Sembrerebbero le stesse parole poco edificanti che avremmo potuto rivolgere ai scombiccherati alfieri della new-new wave al tempo spinta da NME, ma v’è una differenza sostanziale: i Black Country, New Road sono dannatamente bravi e For The First Time, la loro prima antologia lunga, un disco prezioso da ascoltare, riascoltare e ricordare.

Teatrali e a tratti cervellotici come gli inseparabili compagni di merende black midi (ma senza il caos centripeto tecnicamente superiore che governa il loro songwriting), sfrontati e spiazzanti come gli Squid, i Black Country, New Road sembrano capitalizzare al meglio tutti i vantaggi che la loro formazione allargata a sette membri garantisce: un pregevole lavoro di fino sugli arrangiamenti, una tensione naturale alla polifonia stilistica, una sottile ma permanente (e pervasiva) dialettica strumentale. Se la nuova versione di Sunglasses è particolarmente esaltante, specialmente nella fluida successione dei rovesciamenti di fronte (dall’estatico arpeggiato slintiano espulso dalla supernova noise d’apertura al selvaggio cerbero no wave della seconda metà, la Gestalt rimane unica), i momenti da ricordare rimangono numerosi anche a distanza di parecchi mesi dal primo approccio: la predilezione di chi scrive va al turbinante carosello post-klezmer-rock dell’iniziale Instrumental, al minimalismo morse di Science Fair sfrangiato da austere folate orchestrali e infestato da ossessive serpentine elettroniche e, infine, all’ovattata ed introspettiva levità indie-emo di Track X, racchiusa in un perlaceo esoscheletro cameristico (in grande rilievo qui il violino di Georgia Ellery, già nei Jockstrap, e il sax di Lewis Evans).

Per comprovata esperienza posso confermare che a vent’anni è già difficile far quadrare strofe e ritornello di un pezzo punk: figurarsi debuttare su Ninja Tune con un disco che si chiude con una trenodia math-klezmer sospesa fra lamentosi melodismi e rabbiosi rigurgiti elettrici (Opus). Un ritorno camuffato alla stagione del RIO? Solo il tempo potrà dirlo. Il momento, intanto, è promettente assai.

Tracklist: Instrumental • Athens, France • Science Fair • Sunglasses • Track X • Opus

WebsiteBandcampFacebookInstagram

80/100

All hail English post-punk! (1) / black midi – Cavalcade (Rough Trade, 2021)

[2756 battute]

Se c’era voluto del fegato per esordire, dopo mesi d’incessante chiacchiericcio, con un first act angolare e fulminante come Schlagenheim (2019; 78/100), ci si immagini la pressione che accompagna oggi i black midi per il sophomore Cavalcade, prima parte di un più ampio progetto che dovrebbe vedere il proprio naturale completamento già sul finire di quest’anno o, al più tardi, nei primi mesi del 2022 (uno dei nuovi brani, Sugar/Tzu, è già da tempo una presenza costante nelle setlist della band inglese, come testimonia la sua micidiale esecuzione in un eccellente live registrato per KEXP lo scorso aprile).

Da una parte, la (momentanea?) defezione per problemi di salute mentale del secondo chitarrista Matt Kwaśniewski-Kelvin, autore di alcuni dei riff più illuminanti del primo disco; dall’altra, la decisione di integrare la nuova line up a tre con un ampio parterre di ospiti esterni, alcuni dei quali (come il sassofonista Kaidi Akinnibi, già turnista per Triforce, Yussef Dayes e Tom Misch, e il tastierista tuttofare Seth Evans) divenuti membri aggiunti del tour promozionale, cui viene demandata l’esecuzione di complessi e stratificati arrangiamenti che non avevano trovato posto – se non sporadicamente – in Schlagenheim.

Scommessa rischiosa ma stravinta, perché Cavalcade è un disco la cui ambizione è seconda solamente alla sua densità specifica: un tonitruante monolite che, partendo da un retroterra comune anche agli altri membri della trimūrti anglo-post-punk Black Country, New Road e Squid, ridisegna una nuova concezione neoprog di grandguignolesco impatto teatrale. Si prenda, ad esempio, Chondromalacia Patella, un acuminato funk performativo dalle sospensioni quasi cameristiche la cui coda si incendia in un siluro heavy-noise degno dei Lightning Bolt dei tempi d’oro.

In Slow, sul matematico riff afro-prog sostenuto da Geordie Greep, si innesta un’abrasiva e polimorfica operetta jazz rock che fa collassare i Soft Machine nel songwriting dissonante dei Crimson novantiani.

Tra schizofreniche contrazioni dada-metal (Hogwash And Balderdash è un devastante vaudeville tra Secret Chiefs 3 e Primus), cicalini RIO disarcionati da fiammate free jazz e commentati da stentorei spoken word residentsiani (John L) e muri di suono di granitica imponenza (il climax minimale di Dethroned) compaiono poi due sorprese inaspettate.

Marlene Dietrich è una ballata da crooner avvolta da uno sbilenco e psichedelico arrangiamento per marxophone, sax e violoncello.

La suite conclusiva Ascending Forth, infine, si gioca la carta del pensoso chamber folk a trazione orchestrale, con risultato operistico curiosamente vicino a certo recente materiale di Kiran Leonard.

Disco complesso, audace, pervicacemente inattuale e pertanto da non mancare.

Tracklist: John L • Marlene Dietrich • Chondromalacia Patella • Slow • Diamond Stuff • Dethroned • Hogwash And Balderdash • Ascending Forth

WebsiteBandcampFacebookInstagram

82/100

Orange Combutta – Vol.pe I (IRMA Records, 2020)

[2216 battute]

Retrospettivamente parlando, non ha avuto troppa fortuna l’ambizioso progetto Orange Combutta, inizialmente nato come power trio e in seguito, seguendo un’intuizione del batterista Giovanni Minguzzi, trasformatosi in un collettivo aperto di stanza a Bologna in cui far alternare turnisti di lusso (oltre ad un nutrito manipolo di musicisti jazz, spiccano i nomi di Paolo Raineri degli Ottone Pesante e di Vincenzo Vasi degli OoopopoiooO), a loro volta affiancati dal producer Mattia Dallara e dal buon flow di MYK L aka Michele Ducci dei M+A. Un complesso di cause interne (l’oggettiva difficoltà di coordinazione tra membri fissi ed aggiunti) ed esterne (l’abbattersi della pandemia; la concorrenza, finanche involontaria, di cantieri artistici dai simili presupposti metodologici, come Apocalypse Lounge) ha forse tarpato le ali ad un pur buonissimo disco come Vol.pe I, cui oggi, con colpevole ritardo (ma con la speranza di future evoluzioni positive), dedichiamo un doveroso per quanto limitato spazio.

Cut’n’paste, sovrapposizione, stacco, cambio di prospettiva: Orange Combutta si diletta con le regole di trasformazione postmoderne, quasi fosse un Cowboy Bebop sotto anfetamine o un Flying Lotus della provincia imperiale. Dal soul-hop ucronico di Dunthe (con irresistibile riff funk portante e stratificato arrangiamento cinematico) al fonosimbolico e retro-orchestrale trip hop di Into The Woods (con la tromba in sordina di Raineri e il theremin di Vasi a simulare un humming femminile), dal caldo groove thundercatiano di Combutta Cares sporcato da jingle stonati e chitarre distorte alla retro-fusion vaporwavizzata di 019, dall’elegante lounge jazzata di Senguta Theme alla schizofrenica cavalcata electro-tex mex di LCELAM (con intermezzo d’organo), Vol.pe I è un disco frizzante e imprevedibile, che – a dispetto della breve durata – sembra quasi dotato d’infinita ricorsività.

Non tutto è sempre a fuoco (il soul hauntologico di Zero Kappa, ad esempio, ha stampata in fronte l’influenza dei cLOUDDEAD; il disfacimento plastico dell’arrangiamento urban di Orange Combutta un po’ gratuito), ma pensare che una produzione del genere sia italiana non può non inorgoglire l’ascoltatore ricettivo.

Aspettiamo il prossimo.

Tracklist: Dunthe • Into The Woods • Zero Kappa • Combutta Cares • Orange Combutta • 019 • Senguta Theme • Bear (Tha Cheeney) • LCELAM • AAA

BandcampFacebookInstagram

70/100

Melvins – Working With God (Ipecac Recordings, 2021)

[2579 battute]

Era da quasi tre anni che i Melvins non rilasciavano un LP in studio a loro nome: un’eternità, per un gruppo che nell’ultimo decennio aveva preso a sfornare nuovo materiale con la predicibile costanza di una catena di montaggio (e questo senza nemmeno provare a contare i vari side projects). Certo: in mezzo ci sono stati comunque almeno una nutrita serie di 10” condivisi con nomi storici del rock americano ‘altro’ degli anni ’80 e ‘90 (Flipper, Mudhoney, Redd Kross i primi a venire in mente), il secondo disco solista di King Buzzo cofirmato dal prezzemolino Trevor Dunn (Gift Of Sacrifice; 64/100) e, dopo l’uscita di cui si parlerà in questo spazio, la pantagruelica antologia acustica Five Legged Dog, con cui la band di Montesano, WA rivisita in 36 tracce una carriera ormai prossima ai quarant’anni. Sta di fatto, però, che Working With God, dove per la prima volta dal mediocre Tres Cabrones del 2013 (54/100) compare all’opera la formazione denominata Melvins 1983, è a tutti gli effetti il ventiquattresimo capitolo lungo dell’infinita saga melvinsiana: sfortunatamente, come troppo spesso negli ultimi tempi, non una distinzione d’onore.

Pur non raggiungendo gli abissi di Basses Loaded (2016; 52/100) o del tremendo doppio A Walk With Love And Death (2017; 48/100), Working With God non riesce a mantenere i discreti standard del precedente Pinkus Abortion Technician (2018; 65/100) che, pur senza inventarsi nulla, aveva comunque dalla sua qualche pezzo ben riuscito. In due momenti, a dire la verità, pare rinfocolarsi l’entusiasmo dell’âge d’or novantiana: Bouncing Rick è un missile doomish sorretto da un marmoreo riff d’eccezionale dinamica, mentre Boy Mike è una rasoiata ipersatura vandalizzata da sfregi noise.

Il resto, che sia il passo di marcia militare di Negative No No frastagliato dalle sospensioni dei piatti di Mike Dillard, le consuete riletture southern della lezione sabbathiana (Caddy Daddy), interlocutorie sciocchezzuole punk (Brian, The Horse-Faced Goon), gonfi e tracotanti show off power rock sotto steroidi (The Great Good Place) o mammut sludge screziati da arabescati volteggi impro jazz d’archi in sottofondo (Hot Fish), intrattiene degnamente ma funziona sino ad un certo punto.

Ancora una volta, troppi i momenti morti e gli stacchi demenziali, alcuni comunque esilaranti (la beachboysiana I Fuck Around), altri semplicemente inutili (Good Night Sweetheart) o addirittura fastidiosi (la rivisitazione di You’re Breakin’ My Heart di Harry Nilsson nell’accoppiata 1 Fuck You / Fuck You).

Ma questo, ormai, è quel che passa il convento.

Tracklist: I Fuck Around • Negative No No • Bouncing Rick • Caddy Daddy • 1 Brian, The Horse-Faced Goon • Brian, The Horse-Faced Goon • Boy Mike • 1 Fuck You • Fuck You • The Great Good Place • Hot Fish • Hund • Good Night Sweetheart

WebsiteFacebookInstagram

58/100

EABS – Discipline Of Sun Ra (Astigmatic Records, 2020)

[2376 battute]

It’s after the end of the world / Don’t you know that yet?

Servono spazi per colonizzare lo spazio: terre di nessuno, praterie del possibile, lande dell’immaginato. Quel che è più importante, non tutti gli spazi devono essere disabitati per poter essere occupati: è la (ri)appropriazione a definire l’oggetto, a (ri)disegnarne l’agentività, la prospettiva da cui lo si vede e, pertanto, il modo in cui lo si costruisce mentalmente. Noumeni fantastici e dove trovarli: fast forward verso la Wrocław del 2020, luogo in cui – a dispetto di tutti i geopreconcetti – i contorni di un brano come Interstellar Low Ways tornano misteriosamente a pulsare di luce propria, mesmerizzanti anelli di fumo space-fusion che orbitano a velocità crescente attorno ad un nocciolo instabile, sino a collassare ai margini di un abbacinante orizzonte degli eventi che tutto ingordamente divora.

Nel mentre, da una costola di un’altra stringa spaziotemporale, erompe la straripante fisicità jazz-hop di The Lady With The Golden Stockings (The Golden Lady): una sequenza di nervosi graffiti morse su un intonso muro modale.

No hay banda… no hay orchestra! È una tromba con sordina, quella suonata da Jakub Kurek, mentre tutt’attorno mulinano vortici di polvere astrale da pianobar decostruito alla maniera di un Peter Tscherkassky (Neo-Project #2): un artefatto terrestre di cui presto non si avrà più memoria, dispersi come radiazione di fondo nell’ignoto galattico sull’onda della granitica propulsione disco-funk di UFO.

Prima di scrivere, nel 2019, uno dei dischi jazz più affascinanti e politici del decennio (Slavic Spirits; 80/100), il collettivo polacco EABS aveva già dimostrato di saper trattare da pari a pari i giganti della propria storia, come ampiamente dimostrato nell’esordio lungo del 2017 Repetitions (Letters To Krzysztof Komeda) (74/100). Ora, dopo l’inaspettato exploit del side project Błoto, la scommessa viene rilanciata, alla luce della recente riscoperta delle registrazioni live della prima calata polacca dell’Arkestra, con una libera decomposizione di un pugno di brani incisi dal maestro di Birmingham, AL tra il 1957 e il 1979. Chiunque ne uscirebbe con le ossa rotte: non gli EABS, che riescono a firmare un’altra prova di maiuscola, immacolata, granitica bellezza. Diffidare da chi non sobbalza ascoltando l’onirica metamorfosi cosmic-hop in cui incorre Brainville

Tracklist: Brainville • Interstellar Low Ways • The Lady With The Golden Stockings (The Golden Lady) • Discipline 27 • Neo-Project #2 • Trying To Put The Blame On Me • UFO

BandcampFacebookInstagram

78/100

Błoto – Kwasy I Zasady (Astigmatic Records, 2021)

[2732 battute]

Dovevano essere solo un progetto estemporaneo partorito in una notte di session improvvisate al Maska Studio di Gdańsk, un diversivo incastrato alla bell’e meglio in un trittico di date del gruppo madre EABS. Invece, nel giro di appena un anno e mezzo, i Błoto sono stati investiti da una risposta critica e commerciale senza precedenti, molto superiore al pur trasversale apprezzamento che gli EABS avevano riscosso nella sempre ricettiva scena jazz polacca: merito di un esordio, Erozje (2020; 75/100), capace di fornire una personale reinterpretazione politica del jazz-hop d’oltreoceano e, soprattutto, di un grande sophomore a breve distanza, Kwiatostan (2020; 82/100), che entro i non-confini dell’improvvisazione (quasi) strumentale ampliava notevolmente lo spettro sonoro del quartetto, oscillando incessantemente fra onirismi melodici, ibridazioni ritmiche e tumultuose volate free. Primo di quattro (!) nuovi LP promessi per i prossimi mesi, il terzo Kwasy I Zasady cerca ora di capitalizzare sui frutti già maturati, per la prima volta con alterne fortune.

Un presupposto: se un neofita volesse penetrare nel multiverso-Błoto in perenne espansione e non sapesse da dove iniziare, come punto di partenza mi sentirei di consigliare proprio Kwasy I Zasady. Non lo si veda come un paradosso, per almeno due motivi: non solo il materiale ivi contenuto è tra i più accessibili della finora limitata discografia dei Błoto, ma la qualità generale della proposta, una volta approcciato il suo capitolo più disomogeneo, è destinata inevitabilmente a crescere. Intendiamoci: non che Kwasy I Zasady non contenga grandissimi numeri. Oltre alle spericolate traiettorie free-noir-jazz dell’opener Chryja, entusiasmano molti segmenti in cui più evidente si fa la compenetrazione sintetico-analogica fra strumenti: metronomico è, ad esempio, il groove felpato di Hipokryzja, di grande suggestione i disarticolati fraseggi di sax che bucano la coltre cannabinoide di Mitomania, personalissima la lettura della lezione trip hop in Autentyzm (un hard boiled al ralenti glassato da finti theremin e campane tibetane) e convincente la chiusura cinematica di Umiar (Alfa Mist suonato da Dale Cooper Quartet & The Dictaphones).

In mezzo al mix, tuttavia, finiscono anche episodi di caratura chiaramente minore, più per realizzazione che per loro ideazione: il poliziesco cripto-trap di Prostactwo (un po’ dozzinale), la prolissa space-fusion di Prostota (priva di un chiaro centro endoforico) e lo strano intermezzo library-hop di Prawda (idea curiosa ma irrisolta).

Esuberante ma non sempre a fuoco, Kwasy I Zasady compensa la sontuosa per quanto più tradizionale rilettura di Sun Ra proposta a fine 2020 dagli EABS. Suggerito l’ascolto in tandem.

Tracklist: Chryja • Prostactwo • Hipokryzja • Farmazon • Mitomania • Ignorancja • Autentyzm • Prostota • Pokora • Prawda • Umiar

BandcampFacebookInstagram

69/100